"Molti verranno e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe". ||| Ieri, se non per la festa di San Pietro e Paolo avremmo letto il brano in cui Gesù ha guarito un ebreo, affetto da lebbra, un impuro, oggi invece è un centurione, peggio ancora, un membro dell'esercito di occupazione, a trarre beneficio dalla vita che scaturisce da Cristo. "Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre molto". Gesù risponde: "Verrò a curarlo". Il centurione replica: "Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto". Crede cioé Gesù capace di guarire anche senza la sua presenza fisica: basterà che dica una parola di comando, e la malattia se ne andrà. Egli, come soldato ha questa esperienza, e pensa che Gesù abbia questo potere. È sufficiente che comandi, e le potenze del male lasceranno il malato. Idea veramente grande che quel centurione si è fatta di Gesù. La fede espressa dall'ufficiale non solo ottiene l'intervento prodigioso del Signore, ma ne suscita l'ammirazione, dato che fa risaltare come nel suo popolo, Israele, egli non "ha trovato nessuno con una fede così grande". La fiducia nella Parola che opera, doveva essere prerogativa del popolo che si nutriva delle Scritture, invece Gesù proclama che vi sarà una processione di popoli che parteciperanno alla mensa del Regno di Dio con i Patriarchi. Non solo, "i figli del Regno", predestinati a ricevere l'annuncio della salvezza, ne saranno esclusi. L'asprezza della critica qui rivolta a Israele ricorda l'insistente accusa degli antichi profeti. L'attività di Gesù come taumaturgo termina in questo passo nella casa di Pietro e sulla porta della sua casa. L'evangelista, vedendo questa innumerevole folla di bisognosi che accorrono a Gesù, riporta come conclusione il detto del profeta Isaia: "Ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie". E' un preannuncio del ministero della sua morte e della sua salvezza.
Source: Santo del Giorno